Il Pittore - Le Finestre

scritto da Edgar Ros
Scritto 11 mesi fa • Pubblicato 11 mesi fa • Revisionato 11 mesi fa
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Serie "Flash Stories". Storie brevissime con finale non completamente chiuso. Il lettore, se vuole, può pensare a un epilogo alternativo.
- Nota dell'autore Edgar Ros

Testo: Il Pittore - Le Finestre
di Edgar Ros

Il Pittore

Un pittore si accorse che qualcosa di strano iniziava a insinuarsi nel suo lavoro. In principio fu solo una sensazione, un vago disagio davanti alle sue tele completate, come se le immagini trasmettessero un’intensità che le precedenti opere non possedevano. 
I ritratti che dipingeva gli restituivano uno sguardo troppo vivo, quasi cosciente e quando lo incrociava gli sembrava di avvertire un lampo di sfida.

Ma fu quando i modelli, amici e conoscenti che lo avevano ispirato, iniziarono a mancare all’appello uno dopo l’altro che la preoccupazione divenne terrore puro. Le persone che aveva ritratto, con estenuante attenzione ai dettagli e ai lineamenti, sparivano senza lasciare traccia, come se fossero evaporate o misteriosamente rapite da una forza sconosciuta.
Nel frattempo, le loro controparti dipinte mutavano in modo inquietante. I gesti dipinti nelle tele risultavano più raffinati, le posture sembravano mostrare una sorta di consapevolezza e, addirittura talvolta la mattina, il pittore trovava i quadri leggermente modificati, come se le figure avessero lavorato su loro stesse durante il sonno dell’artista.

All’inizio fu solo una vaga impressione, un’ombra di personalità nei volti dipinti, un lampo di impazienza nella ruga di una fronte, un nervosismo trattenuto nel gesto di una mano. Ma ben presto le versioni dipinte, quelle controparti che lo fissavano dalle cornici sparse per lo studio, sembrarono sempre più dotate di una volontà propria, che si manifestava con particolari che aumentavano di giorno in giorno: il dito che tradiva un fremito, la spalla che, quasi impercettibilmente, si inclinava verso la cornice, la piega delle labbra che cambiava tra un’alba e l’altra in un sorriso sempre più ambiguo e consapevole. Il pittore iniziò a prendere nota di questi dettagli, ma nei giorni frenetici che seguirono, la sua attenzione si fece ossessiva. Aveva l’impressione che certi dipinti lo spiassero, che le pupille dipinte si spostassero di qualche millimetro quando lui si girava per guardare altrove e che l’aria stessa della stanza si facesse più densa, carica di una presenza ostile.

Una sera, mentre studiava la posa di una figura femminile, notò che la camicetta bianca che aveva dipinto con rapidi colpi di pennello la notte precedente, era ora chiazzata di un rosso chiaro, come se la modella avesse sanguinato nel quadro durante il suo sonno. Il giorno dopo la chiazza era scomparsa, ma la figura lo fissava con una espressione beffarda, come se sapesse tutto di lui, persino i suoi pensieri più nascosti. Era evidente ormai: gli oli e i pigmenti delle sue tele avevano iniziato a entrare in una dimensione nuova, incomprensibile, rispetto alla realtà. Nell’arco di settimane, i quadri presero ad agire in modo sempre più inquietante: un braccio che si staccava dal corpo per allungarsi verso il bordo della tela, un piede che spuntava oltre la cornice, il riflesso di un viso estraneo che compariva nella superficie lucida di una natura morta.

Ogni visita allo studio diventava una prova di coraggio, una sfida che il pittore affrontava in solitudine e con crescente disagio. Provò a coprire le tele con lenzuola impolverate, ma al suo ritorno le trovava puntualmente scoperte, con i volti immobili e pazienti, ma sempre più smaniosi di uscire, di provare la consistenza del mondo che le aveva generate. A volte, durante la notte, sentiva un fruscio sottile, come di carta che si strappa o tela che viene graffiata dall’interno. A volte, entrando di giorno, lo colpiva l’odore di pelle viva, sudata, così estranea e fuori luogo nell’atmosfera abitualmente satura degli aromi dei pigmenti a olio.

E mentre le figure dipinte si moltiplicavano, così crescevano le stranezze, dalle allusioni appena accennate nei dettagli di una pennellata a veri e propri messaggi: una lettera vergata col rosso cremisi nella piega della veste, un appello inciso con l’unghia smaltata di blu sulla cornice, un invito provocante nel modo in cui un personaggio abbassava la spallina del vestito per lui solo, come a offrirgli la propria nudità e la propria dannazione.

Quando nella città cominciarono a sparire altre persone, il pittore riconobbe nei soggetti ritratti i volti delle vittime e si rese conto che quelle presenze stavano fagocitando la realtà un po’ per volta, eliminando i loro modelli viventi per sostituirli con copie sempre più perfette e autonome. La separazione tra l’arte e la vita divenne ogni giorno più sottile finché, in un pomeriggio di pioggia torrenziale, il pittore trovò nel proprio studio la porta spalancata e, sulla soglia, una delle sue creazioni più recenti, la donna dalla camicetta bianca, ora del tutto priva di lineamenti umani, che lo fissava con uno sguardo misto di rimprovero e desiderio predatorio.

***

Le Finestre

Era una donna di città come tante altre che, stanca del rumore e dei ritmi frenetici, aveva deciso di comprare una casa in campagna. Era una villetta gialla con le persiane verdi, isolata abbastanza da farle dimenticare il traffico, ma non tanto da impedirle di vedere, ogni tanto, le luci di un paese sulla collina. Si era trasferita in autunno, con il desiderio di trovare pace, ordine, silenzio. Si era preparata ai cigolii delle tubature e agli scricchiolii del pavimento, ma non al comportamento bizzarro delle finestre.

Già dal primo giorno, si era accorta che i vetri restituivano riflessi insoliti: non la stanza alle sue spalle, ma scorci di giardino che cambiavano forma e stagioni senza motivo. Se guardava fuori dalla finestra della cucina, vedeva il prato ingrigito dalla brina, ma se faceva un passo indietro e osservava il vetro di sbieco, la stessa distesa d’erba appariva di un colore verde acido e popolata da piccoli animaletti che non aveva mai visto. In soggiorno la finestra grande dava sul cortile, ma ogni volta che la donna si avvicinava, le sembrava che qualcuno avesse appena attraversato il portico, facendo muovere la tenda. Di notte, invece, i vetri si riempivano di presenze: sagome scure che si muovevano in sincrono con i suoi passi o restavano immobili per lunghi minuti.

Più passavano i giorni, più la donna si accorgeva che le finestre non offrivano mai due volte lo stesso panorama. Una mattina si era sorpresa a fissare, attraverso il vetro della camera, un gruppo di persone raccolte attorno a un pozzo. Il cortile era, come sempre, deserto. A volte, le finestre riflettevano versioni diverse della donna stessa: intenta a cucinare piatti che non aveva mai assaggiato, seduta in salotto con abiti che non possedeva o addormentata in poltrona mentre in realtà era sveglia e cosciente. Ogni nuovo giorno presentava immagini che alludevano a vite alternative e ogni sera la donna si chiedeva quale delle due, quella dentro la casa o l’altra, appena oltre il vetro, fosse più reale.

All’inizio aveva provato a ignorare le stranezza con la sua razionalità: giochi di luce, la solitudine che ingannava i sensi, le notti bianche in città che stavano presentando il conto. Ma ogni tentativo di spiegazione si infrangeva contro la logica delle finestre. Sembravano portali su mondi simili ma distorti e ogni realtà alternativa sembrava più minacciosa della precedente. Nelle visioni notturne, la casa si inclinava, si torceva, diventava un labirinto di stanze sbagliate in cui la donna si perdeva e si ritrovava diversa, più vecchia, più fragile, a volte neppure umana. Di giorno, invece, i vetri mostravano una tensione crescente: dagli angoli della visuale filtravano i primi segni, dettagli fuori posto che lasciavano intuire che la realtà alternativa stava per farsi strada nella sua.

Un pomeriggio d’inverno, mentre la luce era così pallida da sembrare irreale, la donna si era avvicinata a una delle finestre del piano di sopra e aveva visto, riflessa nella stanza alle sue spalle, la sagoma di sé stessa. Era identica ma aveva uno sguardo estraneo, cupo, come se la osservasse da fuori e aspettasse il momento opportuno per entrare.

Il Pittore - Le Finestre testo di Edgar Ros
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